I professionisti della Musica

di Roberto Russo

quartetto

Abitando vicino ad una della più importanti città italiane in quanto a cultura e arte, ho spesso l’occasione di assistere a concerti di altissimo livello. A Firenze, infatti – io vivo a una trentina di chilometri dal capoluogo toscano – dal Teatro alla Pergola, dal Teatro Comunale e da tantissimi altri luoghi che ospitano concerti di Musica Classica con regolarità, passano ogni anno centinaia di straordinari musicisti: giovani vincitori di concorsi e stelle del firmamento musicale; personaggi, cioè, che appartengono già all’Olimpo della Musica e artisti che, presumibilmente, ne entreranno a far parte in futuro.
Qualche mese fa ho assistito ad un interessante e fulgido concerto, tenuto nell’ambito dell’altrettanto interessante stagione concertistica del Teatro alla Pergola che, quest’anno, sembra aver diretto in maniera mirabile gran parte della propria offerta alla formazione quartettistica. I gloriosi quartetti ospiti della Pergola sono stati e saranno molti, e i programmi proposti farebbero certamente gola anche ai più sofisticati amanti della cosiddetta musica colta.
Ho assistito – dicevo – ad uno strabiliante concerto tenuto dal Quartetto Artemis, formazione che non ha bisogno di alcuna presentazione, “…vista la fama di cui gode sia presso il pubblico che presso la critica di tutto il mondo, fama che ha ereditato dal Quartetto Alban Berg del quale ne tramanda gli ideali, lo spirito e l’arte esecutiva che hanno dominato il panorama musicale dello scorso secolo” (Claudio Listanti su “Voce d’Italia.it”). E – aggiungo – fama annunziata anche dalla ciclopica impresa che il Quartetto in questione affronta con invidiabile disinvoltura: l’esecuzione dell’intero corpus quartettistico beethoveniano!
Grande tecnica, grande affiatamento, grande tenuta!
Sarà bene, però, che chiarisca meglio il mio pensiero. Perché, semmai il lettore non se ne fosse accorto, nel parlare di questo concerto ho usato tutti termini un po’ particolari (interessante, fulgido, grande tecnica, affiatamento, tenuta…); ma tutti, e non casualmente, abbastanza lontani da un altro termine che, a dire il vero, dovrebbe essere quello da cui tutto questo non dovrebbe per nulla prescindere: Musica. Sono certo che il lettore dotato di una certa cultura e conoscenza musicale stia già torcendo il naso rendendosi conto del mio irriverente giudizio che si sta pian piano condensando dalle mie progressive dissertazioni, ma sento proprio il dovere di esprimere, mestamente, questo pensiero. E questa domanda: dove va la Musica?  Ingenua domanda – me ne rendo conto – che riporta ad analoghe formulazioni di qualche decennio fa, riferite alla musica contemporanea, ma che, proprio per questo, mi ritorna in mente ben sapendo quanto certa musica del secondo novecento abbia allontanato il pubblico dalle sale da concerto.
Il concerto in questione, ordunque, mi ha elettrizzato e tenuto in tensione, mi ha attirato come un film d’azione, mi ha trasmesso qualcosa che riguarda più che altro la sfera delle possibilità umane in termini di esecuzione. Le scelta dei tempi, ad esempio, sono state tutte al limite della scrittura, pur senza sbavature o incertezze, per carità (so bene che un Presto è… un presto, ma mi piacerebbe anche che esistesse ancora una certa differenza, tra Presto, Presto con fuoco, Prestissimo e Presto possibile, così come mi piacerebbe inebriarmi con le infinite varietà di gamme sonore esistenti, sempre più ridotte a quattro sole gradazioni di “colore”: pianissimo, piano, mezzoforte e forte).
Il concerto suddetto, insomma, non mi ha ammaliato, non mi ha fatto sognare, non mi ha portato via dal luogo e dal tempo; non mi ha comunicato altro che la bravura degli esecutori: quattro eccellenti strumentisti più attenti a compiacersi della loro spavalda presenza scenica e dei reciproci ammiccamenti atti a mostrare la loro facilità di esecuzione, che non del messaggio artistico, umano e filosofico che le composizioni del grande di Bonn sottendono; quattro professionisti della Musica “a norma di legge”, piuttosto che quattro esseri umani intenti a superare l’ovvia materialità strumentale per entrare (e lasciar entrare il pubblico) in un mondo immateriale quale è quello della suprema arte dell’inconsistenza (cos’altro è la Musica, se non aria che vibra?) tramite lo strumento che, come il nome stesso dice, dovrebbe essere solo un mezzo tra l’uomo e l’ineffabile…
Naturalmente, non posso dire che non ci siano stati momenti di poesia  (il secondo movimento del Quartetto op. 58 sarebbe proprio difficile da suonare senza comunicar qualcosa!) ma, in generale, ho trovato nei quattro strumentisti un pacchetto ben confezionato con tanto di fiocco e riccioli, tirato a lucido, assolutamente ben fatto, esteriormente ineccepibile, ma al cui interno vi si trova un contenuto che sa di tecnicismo e non di techné, che sa di meccanico e poco di umano, come un cibo precotto e ben confezionato, ma privo degli effluvi d’un tempo; che non parla di dolore, gioia, paura, compassione, tenerezza, commozione, tristezza, amore…
Specchio dei nostri tempi anche questo, stupido e illuso che sono! Come credere che l’arte non venga anch’essa presa nel vortice della perdita di identità e di valori? Come illudersi che la Musica resti un’isola incontaminata se fatta essa stessa da uomini, contaminati in tutti i sensi…?
Un caro saluto a tutti.
Roberto Russo
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6 risposte a I professionisti della Musica

  1. Rodolfo Rubino ha detto:

    Caro Roberto, hai ragione al cento per cento.
    Se alla perfezione tecnica e al rispetto assoluto del testo musicale non si unisce una vera emozione interiore, non si rende giustizia ai grandi compositori che, come si sa, non scrivevano solo per mostrare la loro abilità e per pura esigenza economica. Purtroppo, l’industria discografica e le agenzie musicali impongono ai concertisti impegni massacranti e la scelta di un repertorio tradizionale, di cui si è già detto tutto grazie alle migliaia di registrazioni esistenti. In queste condizioni è difficile trovare l’ispirazione, la voglia e il coraggio di presentare al pubblico soluzioni interpretative fresche ed innovative. Viviamo in un mondo conformista e, purtroppo, i musicisti si sono adeguati.
    Un saluto
    Rodolfo Rubino

  2. SabrinaLanzi ha detto:

    ….è il pubblico che,purtroppo, si è abituato alla sterilità musicale….ed è divenuto un “pubblico sterile”…..le emozioni che la musica dovrebbe trasmettere sono percepite come una sorta di imperfezione….
    Un bacione grande e grazie per la realizzazione di questo blog!
    S

  3. Annalisa D'Astoli ha detto:

    Caro Maestro, innanzitutto complimenti per il blog! Bellissima idea!
    Per quanto riguarda il suo articolo sono daccordissimo…che dire, avete già detto tutto!!!! Fare musica senz’ anima e quindi senza emozione sminuisce il significato stesso della musica. Meno male che ci sono persone come voi che ne parlano e cercano di uscire fuori da questa “giungla”. (permettetemi il termine!). Grazie! A presto!

  4. Mauro Boccuni ha detto:

    Ciao Roberto e ben trovato ::)
    ho letto con interesse il tuo resoconto con commento finale.
    A tal fine ti volevo suggerire che la multimedialità interattiva ti consente di offrire ai tuoi lettori l’opportunità di dimostrare la tua tesi, il tuo punto di vista associando al concetto di abilità vs artista un’antologia scelta – una serie di link da You Tube o altre fonti web – di prove di esecuzione che a tuo dire testimonino la “lacuna” indicata.
    Mi occupo nel pop/rock di cose analoghe e so quanto sia indispensabile l’esperienza estetica commentata messa a confronto per una corretta educazione all’ascolto.
    Complimenti e a presto
    MB

  5. roberto ha detto:

    l’esecuzione è un attimo, a volte il mestiere prende il sopravvento, specie quando la foga dei fitti calendari non lascia spazio per respirare.
    d’altra parte quella magia che la musica può suscitare non è poi così frequente.
    accontentiamoci di averla conosciuta e coltiviamo l’utile morbidezza che ci aiuterà a riconoscerla ancora
    grazie per il racconto

  6. cesira ha detto:

    Caro Roberto,
    bellissimo articolo e, come sempre, critica molto raffinata!
    Credo che un musicista, quando suona, debba in un certo senso abbandonare la materia e riuscire a raggiungere un grado di spiritualità tale da porsi al di sopra e al di fuori di tutto e che possa quindi penetrare nell’animo di chi l’ascolta. Forse sto esagerando nelle espressioni, ma anch’io vedo spesso molta coreografia e molto meno contenuto. Sarà veramente colpa dei tempi moderni? Bisogna davvero riuscire a venderci usando altri stratagemmi?
    Un bacione grande e complimenti per il blog.

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