Laszlo Gati, un grande direttore d’orchestra del ‘900

di Roberto Russo

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Quando, diversi anni fa – era il 1997! – incontrai per la prima volta Laszlo Gati ebbi subito l’intuizione di trovarmi di fronte ad una persona speciale. I suoi occhi profondi, il suo sorriso dolce e accogliente e la sua figura, schietta ed elegante al contempo, mi colpirono immediatamente! Mi trovavo a Little Rock, in Arkansas, ed avevo appena terminato un concerto con la seconda ballata di Franz Liszt, ultimo di una serie di concerti vinti negli States ad un concorso pianistico internazionale. “Il Maestro Gati” – mi venne detto – “vuole conoscerla”. E così mi si presentò questa indimenticabile figura di musicista d’altri tempi (non sapevo ancora si trattasse di un direttore d’orchestra), che – incredibile ma vero – veniva a complimentarsi con me…! Parlammo un misto di inglese e spagnolo (scoprii più tardi che Gati aveva lavorato molto in Messico), e mi rimase subito impressa la sua cordialità e una forte e spontanea comunicativa. Disse che aveva apprezzato molto il mio fraseggio, e che gli era piaciuto tantissimo il mio Scarlatti. Nel congedarsi, mi diede un suo biglietto da visita, che conservo ancora con maniacale cura!

Trascorsero alcuni anni, durante i quali ci scambiammo numerose lettere, fino a quando, nel 2004, giunse al mio indirizzo un libro, il cui titolo era tutto un programma: Les Préludes. Si trattava della sua autobiografia, che lessi tutto d’un fiato, tanto mi appassionò per spessore e intensità! Scoprii allora chi era davvero Laszlo Gati, come si era evoluta la sua straordinaria parabola umana e artistica, quali esperienze avevano caratterizzato la sua esistenza… E qui, la mia intuizione di sette anni prima si trasformò in certezza: Gati era davvero un grand’uomo. Il suo trascorso artistico era degno dei più grandi Maestri; la sua vita non meno di un romanzo!

Aveva diretto più di cinquanta orchestre in tutto il mondo, era stato assistente di Zubin Metha e aveva conosciuto Zoltan Kodaly, oltre che diretto interpreti come Sir Yehudi Menuhin, Msitslav Rostropovich, Philippe Entremont, Van Cliburn, Jean Pierre Rampal, Igor Oistrakh. Cittadino del mondo, aveva vissuto in Europa, Stati Uniti, Messico e Canada; diretto migliaia di concerti, registrato per le più importanti emittenti radiofoniche del mondo e fondato organizzazioni artistiche in tutto il continente americano. Insomma, un vero astro di rara fulgidità!

Ma, come ognuno di noi tristemente sa, anche gli astri più luminosi, prima o poi, si spengono. E non perché la parabola vitale dell’uomo abbia un inizio e una fine biologica, secondo la legge più semplice, universale e democratica della natura; quanto perché il valore di un essere umano, la sua storia, ciò che ha realizzato in una vita di passione, ciò che ha rappresentato, costruito, amato e voluto in una esistenza spesa al massimo del proprio talento, spesso non fa testo.

Papà Laszlo (come affettuosamente mi chiese di chiamarlo!), sopravvissuto ai rastrellamenti nazisti, ad un incidente aereo, e a vari periodi di depressione, per i quali aveva più volte tentato il suicidio, non è invece sopravvissuto all’implacabile legge dell’uomo. Che dimentica. Che svilisce. Che umilia.

Lontano dalle glorie del passato, malato e – quanto di più odioso – dimenticato dai familiari, dagli amici e da quelle istituzioni che, certamente, hanno anche da lui ricevuto una consistente parte di fama e autorevolezza, Laszlo è ora “ospite” di una casa di riposo vicino Vancouver. Isolato dal mondo, isolato da tutti. Le ultime notizie che ho di lui, che mi vengono trasmesse da Helena, l’ultima persona che gli sta accanto, sono tristissime, e parlano di un uomo senza più alcuna identità…

E penso ai momenti trascorsi insieme, quando mi fece da “impresario” per un concerto alla università della British Columbia di Vancouver; quando si impose con il locale Istituto Italiano di Cultura perché io avessi uno dei migliori hotel della città e un cachet di tutto rispetto; penso a quando mi ospitò a casa sua, un’abitazione piccola e modesta, nella quale lo spazio vitale era scavato tra i libri, le registrazioni, i video, le fotografie e i premi ricevuti, e nella quale fui comunque accolto con grande amorevolezza; penso alle gite insieme nei dintorni – bellissimi – di Vancouver; o a quando lo invitai come presidente di commissione all’ultima edizione del concorso internazionale “Franz Liszt” di Grottammare, di cui ero direttore artistico; penso ad un altro libro che vidi in casa sua, intitolato “Creativity and Madness – Psychological Studies on Art and Artists”, che mi regalò per il sol fatto di aver espresso interesse verso la tematica che trattava… e penso ancora al suo buon sorriso, che infondeva sicurezza e serenità!

Ricordo l’ultimo messaggio di posta elettronica che mi spedì il 3 ottobre 2010, dal titolo che, al pari di “Les Préludes”, fu anch’esso ugualmente indicativo. “Misericordia, or something similar” mi scrisse, probabilmente in un disperato tentativo di chiedere aiuto, o di trasmettermi il suo stato d’animo, certamente colmo di tristezza. Una mail di difficile decifrazione, tanti erano gli errori di battitura, dai quali capii la gravità del suo stato fisico e mentale, ma che credo si possa così interpretare:

My dearest Roberto,
I  wish I could cheer you up
but at this moment I could just spread my own misery
and you don’t need that.
[…]
I embrace you ad  infinitum.
Love
Laszlo
 
Mio carissimo Roberto,
vorrei poterti rallegrare
ma in questo momento non potrei far altro che trasmetterti la mia sofferenza
e tu non hai bisogno di questo.
[…]
Ti abbraccio “ad infinitum”.
Con affetto
Laszlo
 
Ho buoni motivi per ritenere che questa sia stata l’ultima e.mail che Laszlo abbia scritto; grande dimostrazione di affetto che mi riempie il cuore e l’anima, e che non dimenticherò per tutta la vita.
 
Roberto Russo
 
 
Vancouver1
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2 risposte a Laszlo Gati, un grande direttore d’orchestra del ‘900

  1. Salvatore ha detto:

    Straordinario articolo.
    Rapporto umano e artistico che. forse nei giorni nostri, esiste poco.
    BELLISSIMO esempio da seguire. Legami importanti che fanno crescere e rendono l’uomo Migliore…
    Complimenti Maestro..

  2. cesira ha detto:

    Che dire, Rob! Che quest’uomo sia stato un grande ci credo sia perché mi fido del tuo giudizio, sia perché… si vede dalla foto…Purtroppo nella vita le cose non vanno sempre come dovrebbero: si amano le persone solo fino a quando ti possono dare qualcosa, ma quando la vita ti cambia, ti rende dipendente dagli altri, allora diventi un peso che nessuno vuole accollarsi. Mi auguro solo che nella casa di cura dove si trova ci sia personale qualificato che lo tratti degnamente e che possa avere ancora il conforto dell’amicizia di persone sensibili e generose come te…
    Un abbraccio
    Cesira

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