In Memoriam Memoriae

di Roberto Russo

crux-fidelis-tc3a4mc3a4Viviamo – ormai è chiaro da tempo – in un momento storico in cui ogni cosa può rappresentare tutto e il contrario di tutto; in cui il nero può esser bianco e il dolce salato senza che questo desti scandalo o almeno fastidio ai più. Nell’ambito che qui trattiamo (l’Arte e, in particolare, la Musica) le avvisaglie di questo paranoico comportamento, a mio avviso figlio degli stravolgimenti mentali post-bellici dello scorso secolo, erano palesi da decenni, tanto che non sarebbe difficile delinearne un perimetro ideale passando da punti nevralgici di indiscussa rilevanza come, ad esempio, il ben noto 4’33” di John Cage, composizione che, nonostante ogni filosofica motivazione, unita a  tutte le possibili elucubrazioni atte a giustificarne il concepimento, è pur sempre fatta di completo silenzio anziché musica…; o gli innumerevoli procedimenti compositivi, assurti poi a vere e proprie correnti di pensiero musicale, volti a preferire la casualità piuttosto che la costruzione logica, oppure a enfatizzare concetti basilari della produzione sonora, di cui il rumore è, pur nella sua complessità di fenomeno fisico, l’elemento principe. Inutile parlare, poi, di altri fattori di cui la Musica si era nutrita per secoli, più intimamente legati all’animo umano, quali i sentimenti e l’ispirazione, concetti che al giorno d’oggi sono pressoché privi di significato.

I guasti di tutto ciò sono altrettanto palesi come i suoi prodromi, e vanno dal progressivo allontanamento dell’Uomo da ciò che viene definita “Musica d’Arte” (come se la Musica non fosse già un’Arte, tanto da doverlo specificare!), alla ricerca di qualcosa che ne prenda il posto, cosa che puntualmente accade con la Musica cosiddetta “Leggera”, odioso appellativo che nasconde, nella sua apparente semplicità, immediatezza e ingenuità, il tentativo peraltro ben riuscito di identificare la musica “Altra” come “Musica Pesante”. La cosiddetta Musica d’Arte, quindi, ha visto ridursi progressivamente il proprio campo d’azione e di divulgazione: nella Scuola, dove non si studia, o lo si fa male; nella Società, dove non si trova più, se non tra le vetuste mura di alcuni Teatri e dei Conservatori; nei mezzi di diffusione di massa, se è vero che la quasi totalità delle emittenti radiofoniche divulgano musica leggera, e nelle principali reti televisive la “Classica” è presente solo a notte fonda o in caso di sciopero dei giornalisti; nella Politica, che per decenni ha considerato questa Arte attività di puro intrattenimento (ne è prova, tra l’altro, il vecchio “Ministero del Turismo e dello Spettacolo”  il quale, in 34 anni di onorata attività, poteva gestire contemporaneamente una stagione concertistica, una sagra della castagna e la distribuzione dei lidi sui litorali italiani…). Finanche la Chiesa non è esente da colpe: ispirandosi alle direttive del Concilio Vaticano II, e soprattutto ai suoi sviluppi, ha ben pensato di “modernizzare” anche la Musica Liturgica, illudendosi così di ottenere più facili proseliti tra le nuove generazioni. Il risultato è stato a dir poco devastante: tutto il patrimonio musicale già esistente, dal Canto Gregoriano alla Polifonia Sacra, che serviva a supportare le varie funzioni religiose, è stato sostituito con orrendi strimpellamenti, di cui il famigerato “al-le-lu-ja al-le-lu-jà” (con l’accento sulla a) rappresenta una cifra assoluta di regressione culturale e di imbarbarimento popolare; una sorta di sberleffo ai grandi compositori del passato e anche a quelli dei giorni nostri, non più chiamati o mossi a comporre per gli Uffici della Sancta Romana Ecclesia.

In un panorama di tale sconcertante devastazione, di cui è anche difficile misurarne il dilagare e gli effetti, nemmeno la Morte rappresenta più una garanzia di Giustizia atta ad offrire una chiara ed obiettiva visione di ciò che un artista è stato e ha fatto: la società non ha più la sensibilità e i mezzi per operare in tal senso! E anche quando la scomparsa di un grande Musicista desta comunque l’attenzione dei media e di una folta schiera di aficionados – come accaduto effettivamente per la morte di Claudio Abbado, qualche settimana fa – questa attenzione è sempre molto relativa, perché direttamente proporzionale alla conoscenza (oltre che alla coscienza) che la popolazione media di un paese ha del personaggio che non è più tra noi.

Ma, se possibile, vi è anche di peggio: nel desolante panorama di cui sopra può anche succedere che un grande Artista sia sconosciuto al mondo artistico stesso, oppure – peggio ancora – da esso volutamente ignorato. Assurdo e aberrante, ma – vi assicuro – accade. Qualche settimana prima della scomparsa di Claudio Abbado (della cui perdita musicologi, storici della musica, critici e giornalisti hanno egregiamente, e giustamente, scritto),  l’Italia  ha  perso  un  altro  grandissimo  musicista:  Domenico  Bartolucci, alla  cui  morte  è seguito un silenzio quasi totale. Al degno articolo uscito su «L’Osservatore Romano» (ovviamente pubblicato – direi – visto che il Bartolucci era un uomo di Chiesa) ha fatto eco soltanto quello apparso su «La Nazione» di Firenze (altrettanto ovviamente dato alle stampe, visto che il Maestro, nonché Cardinale, era nato a Borgo San Lorenzo, in provincia del capoluogo toscano); un accenno al triste accadimento è stato fatto su «L’Espresso» (più che altro in relazione ad una vecchia intervista rilasciata dal Maestro); mentre, tra le riviste musicali, si può segnalare soltanto il bell’articolo di Giulia Anna Romano Veneziano su «Il Giornale della Musica». Per il resto, il nulla o quasi: nulla sulle maggiori testate giornalistiche italiane, nulla dalle maggiori emittenti radiofoniche e televisive della penisola, eccezion fatta (sempre per ovvie ragioni) per Radio Vaticana. Un nulla ancor più insopportabile se della dipartita di Domenico Bartolucci leggiamo finanche su «Times» a su «The Telegraph», i due maggiori organi di stampa inglesi!

bartolucci

A questa sorta di indifferenza (o forse dovremmo dire di boicottaggio musicale) Bartolucci era certamente abituato, poiché già in vita aveva conosciuto simili amarezze. La sua monumentale Opera (che consta, tra l’altro, di sei libri di Mottetti, Inni, Laude, Madrigali, quattro libri di Messe, quattro Oratori, un’Opera Lirica, un Concerto per Pianoforte e Orchestra, una Sinfonia, musica strumentale varia e altro ancora, il tutto edito in ben 49 volumi dalla «Edizioni Cappella Sistina»); la sua Opera – dicevo – ancorché conosciuta ed eseguita all’estero e qualche volta persino in Italia (sic!), è stata pressoché sempre ignorata dal mondo  accademico ufficiale,  probabilmente perché non conforme agli stili musicali contemporanei  propriamente detti, restando indissolubilmente legata a procedimenti compositivi più antichi (e principalmente a quello modale) che comunque il Maestro aveva visitato e rivisitato conferendogli  un’impronta di modernità tutta personale, unica e autentica. Ma c’è dell’altro: frutto di una sapienza e di una sensibilità profondissime, nonché di una caparbietà e di una forza straordinarie che gli hanno permesso di lavorare fino all’età di 96 anni, Bartolucci era l’espressione di una grandissima ed inossidabile personalità, oltre che di una natura musicale prorompente. Della Musica Sacra, quella vera (scritta e da eseguire, cioè, a supporto delle funzioni religiose), aveva un’idea precisa ed immutabile: doveva essere a servizio della Chiesa; dichiarazione ovvia, quasi una verità lapalissiana, ma  che, nell’ambito degli stravolgimenti testé citati,  non era evidentemente  gradita neppure in ambito ecclesiastico! In altro modo non si spiegherebbe il defenestramento dall’incarico di Direttore Perpetuo del Coro della Cappella Musicale Pontificia “Sistina” avvenuto nel 1997; incarico che il Maestro aveva ricoperto dal 1956, e che nel suo stesso appellativo dovrebbe voler dire “a vita”. In questo, Domenico  Bartolucci ha una doppia affinità  niente meno che con il suo più illustre predecessore Giovanni Pierluigi da Palestrina: entrambi furono Cantori del Papa (cioè Direttori della Schola Cantorum più importante di tutta la Cristianità), ed entrambi rimossi in vita (e in piena salute!) da un incarico in perpetuum! (ad onor del vero, bisogna però dire che Paolo IV licenziò Palestrina ottemperando alla regola secondo la quale l’incarico poteva essere ricoperto solo da musicisti consacrati, regola disattesa da Giulio III; nel 1997, Giovanni Paolo II fece lo stesso con Bartolucci, ma per una causa che, ufficialmente, ha ancora da esser capita…; si legga, a tal proposito, l’articolo “Caso Bartolucci. Maestro, qua si cambia Musica”, di Sandro Magister).

Domenico Bartolucci - Roberto Russo - Silvano Sardi

Parlo di tutto questo e con tanto fervore perché, oltre a ritenere Domenico Bartolucci uno dei più grandi compositori della storia, oltre a difendere strenuamente le cause che ritengo giuste per oggettive ragioni, io il Maestro l’ho conosciuto da vicino. Non solo attraverso le sue opere, ma anche attraverso i suoi insegnamenti, essendo stato, pur per breve tempo, suo allievo di composizione. Incontrato sul mio percorso artistico grazie alla intercessione di Silvano Sardi, che allora seguiva il mio iter scolastico compositivo, mi resi subito conto della fortuna che avevo avuto nel potermi relazionare a lui. Silvano Sardi, che con Bartolucci condivide i natali, e che ha sempre nutrito per lui una vera idolatria, mi aveva già iniziato alla sua musica, con ascolti che sarebbero rimasti scolpiti nella mia mente, come quello del celestiale “Crux Fidelis” per coro e voce bianca solista, del possente “Concerto in Mi” per pianoforte e orchestra o della caratteristica “Sinfonia Rustica”, i quali mi diedero subito la misura della universalità del messaggio artistico del compositore. La conoscenza del Maestro – ricordo – ebbe in me un notevole impatto! Già entrare nella sua dimora di Via del Monte della Farina 64, in Roma, rappresentò un vero e proprio evento, come un viaggio nel tempo di centinaia d’anni. Quella, infatti, era la sede stessa della storica Schola Puerorum, luogo che aveva forgiato migliaia di cantori in vari secoli e da cui erano passati, tra gli altri, Palestrina, Luca Marenzio, Josquin Desprès e Jacob Arcadelt; il sol pensiero di quanta musica avessero assorbito i muri di quel palazzo, adiacente alla Basilica di Sant’Andrea della Valle, mi toglieva il fiato, e mi ci vollero diversi incontri col Maestro affinché riuscissi a varcarne la soglia senza tentennamenti! La soggezione che avevo nel presentarmi a lui, inoltre, era grande; ma tutte le volte che lo incontravo bastava uno schiaffetto sulla guancia, che ricevevo immancabilmente, o una paterna pacca sulla spalla perché il sangue ricominciasse a scorrere! Come successe proprio in occasione della prima lezione, alla quale mi presentai con alcune mie composizioni per pianoforte da sottoporre al suo giudizio. Ricordo che Bartolucci prese in mano gli spartiti e si sedette in poltrona a guardarli, e alla mia domanda se avesse voluto ascoltare i brani al pianoforte rispose “no, non c’è bisogno, non c’è bisogno…”. Devo dire che mi sentii molto imbarazzato, perché solo in quell’istante capii che a lui, la musica, bastava leggerla sulla carta perché gli risuonasse in testa senza necessità di alcun mezzo strumentale, proprio come ogni compositore degno di questo nome! Anche in quel caso, dopo alcuni tentennamenti e piccoli consigli, una pacca bonaria sciolse l’ansia e sancì il diritto, per così dire, di prender qualche lezione da lui. Così fu, per un anno circa, periodo in cui cercai di apprendere quanto più possibile nell’arte del Contrappunto e – cosa che mi impose sin dall’inizio – nell’armonizzazione delle scale, esercizio che allora mi sembrò superfluo ma che si rivelò un eccellente allenamento per la mente al fine di sviluppare quel senso armonico profondo che in lui era così naturale! “La pratica musicale è di vitale importanza” – mi diceva, quasi a sottolineare che, sì, le doti musicali sono la base essenziale, ma che il continuo affinamento della sensibilità passava senza alcun dubbio dal costante allenamento, come se il musicista dovesse essere, oltre che artista, anche artigiano (quella frase mi riportò subito alla mente un aneddoto che si racconta sul compositore Dmitri Shostakovich: ad un allievo che si era a lui rivolto lamentando di non riuscire a trovare un degno “secondo tema” per un brano che stava componendo, Shostakovich rispose “non devi cercarlo, devi scriverlo e basta”!). La convinzione di Bartolucci della necessità di un’assidua pratica musicale (“matita e gomma” – diceva anche sempre il Maestro) è solo in apparente contraddizione con una della sue dichiarazioni più sottili e taglienti (un aforisma, direi, di cui era sempre prodigo!) che recitava con un accento toscano (un accento che non l’aveva mai abbandonato) e con un sarcasmo tipico della sua regione: “ La Musica bisogna che la studi chi la sa!”. Ovvia e amara verità, senza dubbio, che voleva sottolineare non tanto il fatto che musicisti si nasce e non si diventa, quanto che bisogna che ci si immerga nella materia sonora da quando veniamo al mondo, proprio come succede – il paragone era sempre suo – con la cosiddetta “lingua madre”. Come il bambino che inizia ad andare a scuola conosce già il proprio idioma, il bambino che vuol studiar musica deve già essere intriso di essa!

In un periodo storico come quello che stiamo vivendo, così pieno di mistificatori e falsi profeti, per i quali è sufficiente autodefinirsi grandi compositori contemporanei per aver successo, con la complicità di Case Discografiche, critici e relativi altisonanti proclami; in cui basta terminare un corso di studi di conservatorio per considerarsi ed essere considerato Maestro; e nel quale è invece sufficiente ostinarsi a scrivere con carta, matita e carta pentagrammata (e non con l’ausilio di un computer) per essere quasi totalmente ignorato dalla intellighenzia musicale, questo pensiero assume un significato davvero molto profondo!

Avrei molto altro da dire sulla figura di Domenico Bartolucci, sui suoi insegnamenti, sulla sua Arte e anche sui momenti trascorsi insieme a Roma e nella sua residenza estiva di Montefloscoli, in Mugello, ma voglio lasciare la parola ad egli stesso con l’intervista che segue, rilasciata in occasione della sua presenza come Presidente di giuria al Concorso Internazionale di Composizione “Franz Liszt” di Grottammare, durante il quale ebbe la gentilezza di rispondere a qualche mia domanda. Era il 4 Aprile del 2004 e fu l’ultima volta che lo vidi (aveva già 87 anni!). Le sue parole, scolpite come nel marmo, mi risuonano ancora oggi, forse ancor più di ieri, come consigli di Vita e di Arte dal valore incommensurabile.

Possano queste mie righe contribuire umilmente alla divulgazione della sua Opera (specialmente in Italia, dove alcune sue composizioni – pensate un po’ – non sono state mai eseguite!), a mantener viva la memoria del Maestro e a riportare la Musica sulla “Strada Giusta”, come Egli amava predicare con convinzione.

Domenico Bartolucci – In Memoriam Memoriae

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Una risposta a In Memoriam Memoriae

  1. Luca ha detto:

    Grazie per questa testimonianza. Io, nel mio piccolo, ho solo ascoltato ed eseguito il “semplice” “Tantum ergo” per coro a 4 voci e organo. Si tratta di un brano splendido. Ora capisco un po’ meglio il perché…

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