Contrappunti politico-musicali – Il Gould di Marco Gatto

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Con un imperdonabile ritardo rispetto alla data in cui l’autore ne ha fatto dono al sottoscritto, sono finalmente approdato alla lettura del libro «Glenn Gould – Politica della Musica» di Marco Gatto (Rosenberg & Sellier, 2014, pagg. 160, Euro 14) e non posso esimermi dallo scrivere qualche mia considerazione su uno dei testi a mio avviso più stimolanti dell’intera e folta letteratura sul grande pianista canadese. L’aspetto più interessante del libro, al quale sin dall’inizio il pensiero di Marco Gatto mira, è la profonda e direi scientifica analisi della figura del musicista, un’analisi che intende smantellare la tipica veste di sterile mitizzazione a cui siamo stati più o meno tutti abituati da diversi decenni di certa “letteratura-scoop” sul personaggio Gould; quel ben noto cliché, basato su caratteristiche di eccentricità e maniacalità del pianista di Toronto, frutto, secondo l’autore del libro, di un processo pseudoculturale ben preciso, che punta alla spettacolarizzazione e alla creazione tout court del “caso”, e che di esse si nutre secondo modalità che non rendono onore al suo reale valore di pensatore, di umanista e di filosofo. A questa asciutta indagine, che restituisce alla storia del pianoforte una verità imprescindibile sulle qualità culturali e umane di uno dei suoi più alti esponenti, si affianca, sin dal titolo – è evidente – un aspetto sicuramente meno scontato, se non addirittura insospettabile, ma certamente illuminante per il lettore attento e lo studioso scrupoloso: quello politico, ove per “politico” si intende quella funzione sociale che ogni intellettuale degno di questo nome dovrebbe rivestire all’interno della collettività; funzione che, nella nostra contemporaneità, appare così smarrita da risultare non solo inesistente, ma addirittura impensabile! La disamina di Marco Gatto sul rapporto tra il processo di “estetizzazione” operato ai danni di Gould e ciò che l’autore definisce “nichilismo apolitico su cui si fonda la società dei consumi” è precisa ed esemplare, ed approda ad un elemento chiave di tutta l’investigazione (che è anche chiave di tutta l’esperienza gouldiana): il suono di questo interprete, che da orpello (frutto, cioè, più di stravaganza che di una precisa architettura gnoseologica), diventa elemento sostanziale ed essenziale, dotato di “purezza spoglia e illibata” (sono parole di Gatto stesso); quel suono così riconoscibile, in altre parole, non rappresenta più il frutto di un caso, di un mero approccio tecnico alla tastiera o di una cocciuta e bizzarra rottura con una tradizione pur logora nella sua fissità (e falsità); quel suono è una elezione che apre ad una nuova concezione dell’arte musicale tutta, rivestendosi di significati sorprendenti ed altamente eloquenti, quasi una rivelazione, che evidenzia quel ruolo chiave che l’arte, e la musica in particolare, dovrebbe avere nella vita di tutte le persone. Così è anche per altri elementi distintivi della carriera di Gould: il volontario e ben noto allontanamento dalle sale da concerto, la spasmodica affezione verso l’arte della registrazione in studio e del montaggio, la scelta così particolare del repertorio, la restituzione al pubblico di interpretazioni destabilizzanti, a volte addirittura scomode o “musicalmente scandalose”. Tutti ingredienti, questi, che da semplici fatti di “cronaca” diventano punti essenziali ed esistenziali della sua poetica e del suo utopico credo musicale e comunicativo, allo stesso tempo così genuino e così paradossale, che confermano la spasmodica ed estrema ricerca di una maniera di rapportarsi al pubblico che fosse la più autentica e pura possibile.
Gatto, nella sua acuta e personalissima analisi, è al pari degli autorevoli filosofi, critici e storici della musica che chiama ad intervenire in questo testo, da Adorno a Edward W. Said, da Harvey Sachs a Pareyson… Un libro importante e di spessore, quindi, che oltre ad illuminare di luce diretta una figura tanto amata e tanto discussa del Novecento musicale, traccia una linea di indagine precisa quanto impietosa sulla deriva di cui la cultura è oggi vittima, parte anch’essa, ormai, dei perversi ingranaggi del consumismo più spietato.

Roberto Russo

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