Blow up, Music!

di Roberto Russo

Era il 1966 quando Michelangelo Antonioni, il grande regista ferrarese nato nel 1912, diede alla luce una delle sue opere più geniali ancorché controverse, espressione di un post-neorealismo tipicamente anni ‘60, ma che apriva gli orizzonti a scenari ancor più d’avanguardia, anticipando i tempi come accade a tutte le personalità di grandissimo talento, e dando a tutti un assaggio premonitore di quelle peculiari caratteristiche delle generazioni future, delle loro alienazioni e delle difficoltà di interrelazione tipiche dei decenni a seguire: “Blow Up”, una pellicola che proprio in questi giorni è tornata alla ribalta dopo un lungo restauro ad opera della Cineteca di Bologna e di altri enti cinematografici italiani e stranieri. Orbene, al di là della raffinata bellezza di questo capolavoro e del suo profondo ma sottile messaggio umano e sociale, credo che a chiunque abbia visto quel film sia rimasta impressa nella memoria la famosa “partita di tennis” alla quale Thomas, il protagonista, fotografo londinese, assiste; dapprima disorientato e finanche un po’ divertito, poi completamente rapito da quella scena, tanto da rientrare a pieno nel ruolo di spettatore di un evento sportivo non reale. Perché dico questo? Perché la partita in oggetto – lo ricorderà chi ha visto il film – è giocata senza pallina e senza racchette! Metafora di una società sempre più lontana e sbiadita, triste seppur falsamente spensierata, alla quale, volenti o nolenti, ci si assuefà, rientrando nella routine quotidiana che ci fa credere al non credibile e vedere ciò che non esiste (alla fine, infatti, Thomas raccatta l’inesistente pallina finita fuori dal campo, la rilancia ai giocatori e inizia persino a sentire i rumori della partita-non-partita); emblema, quel match, non solo dell’arte cinematografica di quel periodo, ma dell’essenza stessa di una contemporaneità dai contorni e dall’identità sempre meno definiti, nell’Arte, nella Cultura e nella vita stessa.

Qualche giorno fa, sulla vetrina di Facebook, ho visto e letto un annuncio che mi ha riportato immediatamente a quelle immagini e alle sensazioni provate nel guardare quella pellicola. Nell’annuncio del social si pubblicizzava un concerto particolarissimo: un pianista che suonava qualcosa in una piazza (la città mi pare fosse Cremona) davanti a un pubblico compostamente seduto che ascoltava il concerto tramite cuffie. Il pianista stesso era munito di cuffie; cioè – per essere più chiaro – il pianoforte era uno strumento digitale e il suono non si trasmetteva tramite l’aria che si interpone tra il musicista e l’uditorio, come sempre è stato nelle rappresentazioni dal vivo, ma tramite onde radio. Un ipotetico passante, quella sera, avrà visto una scena surreale, fatta di un concerto suonato ma silente, con un pubblico che ascolta una musica presunta o un apparente silenzio.

 

Così come la partita in “Blow Up” può rappresentare la scomparsa della realtà e l’assuefazione alla sua assenza, pur immaginandone la presenza, il concerto suddetto rappresenta, secondo me, la scomparsa della Musica, alla qual cosa persino i musicisti si stanno abituando.

Con una differenza sostanziale, però, che sta proprio nella realtà stessa delle cose: la scena del film di Antonioni è pur sempre la proiezione di un pensiero, astratto per definizione, che ci fa riflettere sulla direzione che ha preso l’Umanità con le sue alienazioni mentali e le terrificanti conseguenze per l’identità stessa di ogni individuo che si confronta con una massa informe di suoi simili, ognuno con un ruolo presunto ed ipotetico (oserei dire falsamente vero) e ognuno dotato di una maschera (i giocatori, tra l’altro, sono mascherati…);

il concerto di cui parlo è, invece, una realtà, espressione di una demenza collettiva e di un ebetismo culturale che, accompagnata dallo sfascio di un’educazione artistica sapientemente e progressivamente demolita da chi muove i fili di questa distruzione, riduce progressivamente il campo d’azione di un patrimonio avvilito e ormai quasi completamente dimenticato, con buona pace dei benpensanti e di coloro che, nel post a cui mi riferisco, hanno mostrato un alto gradimento di questa performance, immaginando i futuri risvolti di una innovazione senza precedenti nel campo della musica dal vivo: la musica morta!

tennis

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